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Marco Antonio Musella, in arte Marco Rissa, nasce a Napoli il 14 Novembre 1985.

Qui ci racconta i Thegiornalisti dal lontano 2009 a oggi, con qualche riferimento a quelli che saranno i progetti futuri. Dall’indie, che potremmo a tutti gli effetti definire un genere a sé, fino al pop. Contro ogni possibile previsione e pregiudizio, dati dalle recenti polemiche, la passione per la musica è stata e continua a essere la chiave del successo di questi intraprendenti ragazzi che decidono di non mollare l’osso e allargare i propri orizzonti.

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Come nascono i TheGiornalisti?
Io, Tommaso e Marco Primavera ci conoscevamo già da tempo, tra il 2004 e il 2009 frequentavamo gli stessi locali e club dove a Roma si faceva musica, tra tutti il Lian a San Lorenzo. Abbiamo anche suonato insieme in qualche jam, ma solo nel 2009 abbiamo capito che c’era un feeling particolare e una sensibilità musicale (e non solo) comune tra noi tre, quando tuttavia suonavamo in gruppi diversi, quindi tra impegni e gelosie non c’era modo di iniziare qualcosa di nuovo. Abbiamo cominciato un po’ clandestinamente per mesi… A un certo punto è scattato qualcosa, come amanti che non sono più felici coi propri partner, che sono stufi di telefonarsi alle 4 di notte e decidono di uscire allo scoperto: ci siamo fatti coraggio, abbiamo mollato le band in cui non ci sentivamo più felici e abbiamo cominciato a vederci ogni giorno. Praticamente vivevamo a casa della madre di Tommy, parlavamo di tutto e suonavamo quello di cui avevamo parlato… Tommaso ci proponeva i suoi testi e le sue melodie, poi le arrangiavamo tutti insieme, cercavamo insieme le strutture, le sonorità, le ritmiche giuste. Tutto questo c’è subito piaciuto e abbiamo capito che avevamo uno stile ben definito e riconoscibile che ci rappresentava. Si creava un’alchimia molto particolare e si percepiva da subito che quello che facevamo era più della somma di noi tre singoli: eravamo arrivati a un repertorio di 10 canzoni (che poi sarebbero diventate Volume 1), registrate solo per noi, per celebrare il ricordo di questo periodo. Il nostro obiettivo però era un altro: dopo le esperienze con le band precedenti ci sentivamo delusi dal mondo discografico italiano e per questo motivo avevamo una sola cosa in testa, fare musica fuori. Avevamo deciso di trasferirci a Glasgow, città da cui venivano molte band che all’epoca ci piacevano (Nutini, Franz Ferdinand, Las Vegas…), ci eravamo informati su tutto, eravamo quasi pronti a partire. Nel frattempo però i nostri amici ascoltavano questo disco, lo facevano ascoltare ai loro amici e così iniziarono a uscire delle date su Roma, il nome ha cominciato a diffondersi, noi non siamo più partiti e da lì ha avuto inizio tutto. Da allora fino a oggi, nonostante siano cambiate molte cose, ci siamo trovati sempre benissimo a lavorare insieme con quello stesso spirito, ci siamo “incastrati” credo.

“Tommaso è il più artista, il creativo, ha un enorme carisma; io sono più “artigiano”, lavoro di cesello, cerco di dare forma e veste alle intuizioni di Tommy; sperimento più a livello musicale. Marco è il più introverso dei tre, ma ha un grande stile, sia a livello musicale che a livello umano, in più da lui vengono sempre le critiche più costruttive, non ha peli sulla lingua Marco e questo spesso ci dà la scossa giusta”.

Qual è stato il percorso artistico fatto in questi anni?
Ci siamo evoluti molto, siamo cambiati. Penso che cambiare faccia parte della vita, anzi penso ne sia l’essenza stessa. Se non si è disposti a mettersi in discussione, a evolversi, a imparare sempre qualcosa in più, si rimane fermi e vuoti. Il primo disco è nato appunto con la nostra voglia di suonare insieme, con i testi molto filosofici post universitari di Tommaso, con le chitarre degli Strokes e con un certo indie rock anglosassone nelle orecchie. C’è stato subito un ottimo riscontro e questo ci ha spinto a metterci sotto. Forse con Vecchio abbiamo provato a fare un disco troppo “cervellotico”, anche se credo che all’interno ci siano delle ottime canzoni, che forse non sono state neppure troppo capite; avevamo in testa i suoni degli anni ’70, quelle armonie, quegli arrangiamenti. Facevamo ancora tutto da noi, era un approccio ancora molto autogestito. Dopo Vecchio cercavamo qualcosa che forse non avevamo ancora trovato. Una sera a cena con Tommaso si parlava di vestire con dei synth le canzoni, di cercare dei suoni nuovi. Io ho sempre avuto una grande passione per gli strumenti e gli effetti, ne ho sempre comprati, provati, rivenduti – sono un po’ un nerd da questo punto di vista – ma la verità è che nessuno di noi conosceva veramente il mondo dei sintetizzatori, però a me quest’idea non smetteva di girare in testa, così mi sono informato e giorni dopo mi sono presentato alle prove con un synth appena acquistato. Abbiamo cominciato a giocare sui suoni e a provare le atmosfere, i riff melodici e le linee da mettere sulle nuove canzoni. L’intuizione di Fuoricampo è nata un po’ così, questo è stato davvero il primo salto. Quando abbiamo incontrato Nicola tutto è cambiato, abbiamo iniziato a fare le cose sul serio, siamo andati in studio con Cantaluppi e abbiamo davvero battuto il nostro “fuoricampo”. Dei riferimenti presenti in questo disco è stato già detto molto. È con questo disco che finalmente siamo riusciti a parlare e suonare in maniera molto diretta, tirando fuori quello che avevamo da dire: per noi era il disco della verità sul nostro modo di fare musica, è stato il momento in cui dovevamo convincere mamma e papà che non stavamo perdendo tempo. Se non fosse andato bene, non so se avremmo continuato. È stato invece un anno pieno di concerti, di entusiasmo, abbiamo girato tanto. Completamente Sold Out è stato un successo inaspettato, raggiunto grazie a tutto il nostro team e grazie a tutti i nostri fan. Quando dovevamo affrontare i primi concerti non eravamo neppure certi di riuscire a riempire i club, poi invece ci siamo ritrovati a fare due date incredibili nei palazzetti di Roma e Milano. Se con Fuoricampo abbiamo segnato il primo vero goal, con questo disco abbiamo forse segnato la nostra maturità. Liberi da pregiudizi o da definizioni, proprio grazie a questa sorta di leggerezza, cercando di parlare profondamente delle emozioni e del senso di queste, ci siamo misurati con il Pop, con le radio, con l’idea di canzoni che potessero essere cantate da tutti. Non pensate sia facile, anzi. È una sfida molto delicata e raffinata in verità, al contrario di quanto possa apparire. Vedere tante persone che si emozionano e che cantano le tue canzoni è sempre molto bello, stiamo vivendo un momento magico, con molta serenità continuiamo a fare musica, a cercare il nostro suono, a fare cantare il pubblico, a esprimerci. Quest’album ci ha permesso inoltre di conoscere e dividere il palco con molti artisti che per noi sono dei miti, soddisfazione non di poco conto, poi quello che sarà, sarà: per me è importante continuare a fare quello che facciamo con il giusto spirito e avendo indietro sensazioni positive.

Inutile negarlo, le polemiche negli ultimi tempi sono state aspre. Cosa vorresti dire al riguardo?
C’è a chi può piacere quello che facciamo, c’è a chi no, credo sia normale e giusto. Ognuno nella vita ha il suo punto di vista, il suo passato, il suo bagaglio di esperienze e il suo metro di giudizio, insomma i suoi gusti. C’è chi mangia da McDonalds, chi preferisce la pizza, chi vuole andare solo a ristoranti stellati, chi ama la cucina della propria nonna. Non ci trovo nulla di male e anche esprimere delle critiche o delle osservazioni, se fatto in maniera civile e legittima, fa parte del gioco, anzi può arricchirti e farti riflettere. C’è chi, a mio avviso, prende le cose troppo sul serio, ma va bene anche così. A noi un po’ di leggerezza piace, che non è superficialità, è un modo di sentire le cose, è un modo di percepirsi che ti aiuta a cambiare prospettiva e a superare le delusioni e le difficoltà. Troppa pesantezza impedisce di cambiare, di avere uno sguardo più relativista sul mondo, di mettersi in discussione. Dal canto mio credo che avere paradigmi troppo rigidi non faccia andare avanti, né personalmente, né a livello di ambiente musicale, o sociale, o culturale. C’è sempre questo equilibrio delicato tra i canoni e gli standard che vengono dal passato e che in qualche modo sono diventati la regola, e chi invece gli schemi li rompe, facendo qualcosa di nuovo, chi magari sperimentando apre nuove strade, alcune più vincenti, altre meno. È un processo naturale; ci stanno pure le critiche, ripeto, ma bisognerebbe essere meno categorici e meno aggressivi; la verità è sempre complicata da possedere.

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“Mi viene in mente un video che ho visto su Youtube di una vecchia trasmissione, credo di fine anni ’60, in cui Arbore intervistava un giovane Lucio Battisti che veniva sommerso da critiche di personaggi televisivi della cultura dell’epoca: avendo magari in mente Claudio Villa, questi gli dicevano che non sapeva cantare. Fa ridere ascoltare oggi quelle osservazioni, fatte a uno dei più grandi geni del songwriting italiano. Tutto si evolve, ognuno ha il suo approccio e la sua estetica: in base a cosa arrogarsi il diritto di avere la visione unica, giusta, migliore? Sono duecento anni che l’uomo ha superato quest’idea del mondo. In questo mi sento più contemporaneo. Le polemiche fanno purtroppo anche parte del gioco mediatico, c’è chi le usa per lavoro. Che dire, a ognuno il suo, e a ognuno la propria coscienza”.

Siete stati definiti in assoluto la “band emergente italiana”, tutti parlano di voi, qual è il segreto del vostro successo?
Se è un segreto non posso rivelartelo!

Cosa vi spinge a fare sempre di più?
L’insonnia! No, scherzo… Posso dire che personalmente ciò che mi muove, sarà banale, è la passione per la musica, la passione per quello che faccio, il piacere che ho nel suonare, nell’arrangiare, nel provare nuovi suoni e nello stare su un palco e starci insieme agli altri della band. E mi spinge l’affetto e il supporto di tutto il pubblico. Quello con la gente che ama le nostre canzoni è uno scambio bellissimo che mi carica molto, è un’adrenalina che mi porto dentro, direi ci portiamo dentro, anche quando componiamo, quando siamo in studio.

Cosa puoi dirci dei vostri progetti futuri?
Dopo il botto del tour estivo ci fermiamo un po’, ci riposiamo e ci schiariamo le idee prima di tornare in studio. Nel frattempo sto cominciando a fare alcuni lavori di promozione per altri artisti e contemporaneamente sarò in giro per continuare a sperimentare e sperimentarmi, in questo caso nel mondo dei DJ set, che ho scoperto piacermi molto, forse principalmente perché mi permette di mantenere il contatto con il pubblico.

Da chi avete preso ispirazione (se ne avete presa) e perché?
Per quanto mi riguarda ho iniziato a suonare da piccolissimo perché a casa avevamo un pianoforte, facevo le elementari, ascoltavo i Queen e replicavo a orecchio le canzoni dei cartoni animati, così i miei mi hanno iscritto a scuola di pianoforte e io automaticamente mi sono scocciato; alle medie ho cominciato a suonare una chitarra che mi ero fatto prestare dal mio migliore amico, nel frattempo nasceva MTV Italia e io sono rimasto folgorato dagli Oasis. In quello stesso periodo ho formato la mia prima band: nessuno di noi aveva la minima idea, nessuno di noi praticamente sapeva suonare, quindi cercavamo di arrangiarci e di capire cosa ognuno di noi potesse fare. Ancora mi prendono in giro perché io non volevo cantare o suonare uno strumento, io volevo fare Noel. Questa passione la condivido con Tommaso, che è in grado di suonarti tutte le canzoni pubblicate dagli Oasis, forse anche quelle non pubblicate, quelle che Noel ha poi buttato nel cestino: è una sorta di jukebox umano sulla discografia dei fratelli Gallagher. Per il resto la musica è talmente piena di roba valida che è difficile rispondere: a volte ti piace anche solo un accordo di una canzone, ma non puoi fare finta di non averlo sentito e magari mentre stai pensando un pezzo ti ricordi di quell’accordo e ti ispiri a quello. Se vuoi che ti faccia dei nomi per me importanti allora ti dico Lennon, Beatles, Dalla, Oasis, Strokes, Vasco, Coldplay, Haim.

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Sull’Autore

Virginia Fattori

Virginia, 21 anni, ironica, pungente, polemica. Bologna, Pesaro, Artù, la musica, il cinema, la cucina e tutto il buon cibo che vi si correla. Forse non riuscirò mai a fare questo lavoro seriamente, prendo le cose senza alcuna leggerezza (perlopiù).

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